Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post

Chimica e vita

Eccomi qui dopo più di sette anni (e quando sono passati?) a scrivere ancora qualche parola. Sto portando al termine del percorso di scuola media un'altro drappello di quindicenni e devo dire che quest'anno sono proprio contento del livello raggiunto nel loro acculturamento chimico. 

È probabilmente la prima volta in oramai più di vent'anni di insegnamento che sto riuscendo a dare ai miei allievi un idea abbastanza concreta non solo di cosa sia la chimica con le sue reazioni, con atomi che si muovono e scontrano e molecole che si disfano e si ricostruiscono in continuazione. Ma questa volta anche della connessione tra la chimica e la vita. 

In questi giorni, con classi sorprendentemente attente e molti allievi oserei dire quasi attoniti nel comprendere cosa sono e come si comportano macromolecole come l'emoglobina o di cosa sia l'amido e la sua differenza, davvero minima ma con effetti così grandi con la cellulosa. Con queste lezioni si sono ripresi e riannodati i fili lasciati sospesi delle lezioni di terza media sull'alimentazione e sulle cellule. E non è ancora finita...

Nelle prossime settimane ci aspettano i meccanismi base della genetica, la relazione tra geni e proteine è un obiettivo a portata. Con la consapevolezza (e questa è davvero la cosa più bella) che tutto è comunque chimica! 

Consiglio vivamente di dare un occhiata alla pagina da cui è presa la seguente immagine che abbiamo analizzato in classe. La lettura non è molto lunga e si può scoprire qualcos'altro sui polisaccaridi. Cosa sono? Andate a leggere!




* * * * * Coriandoli! * * * * *

Carnevale è da poco passato, ma sui polsi di qualche allievo ancora ci sono i braccialetti che servono da pass per entrare alle varie manifestazioni. Non sono del tutto in ritardo quindi con l'argomento di questo novantanovesimo e ultimo post del vecchio ciclo. Dal prossimo LeInfinitePossibilità si rinnova!

Qualche giorno fa salendo le scale incontro l'esperto che stava scendendo. Ci fermiamo, stretta di mano, sorrisi, come va? Le solite cose insomma, e si capisce che entrambi non abbiamo in realtà nulla da dirci in quel momento. Ci toglie di impaccio Giorgia, una mia ex allieva ora al liceo, che passando nel corridoio, mi vede e viene verso di me con un sorriso smagliante. L'esperto coglie la palla al balzo, saluta, si gira e ricomincia a scendere i gradini. Capisco subito il motivo della gaiezza di Giorgia che mi dice: "sore* grazie a lei ho preso 6* in chimica!!!".


Mi viene un colpo al cuore e rimango un attimo senza sapere cosa dire né fare. Poi, girandomi verso l'esperto che nel frattempo distava non più di quattro o cinque metri, le rispondo: "dovresti dirlo a quel signore là!"

Per capire il motivo del mio momento di impasse devo spiegare altro. Da un paio d'anni l'esperto è venuto a conoscenza delle lezioni che faccio sul modello particellare e, ahimè, la cosa migliore che è riuscito a dire è: "non ti dico di non farlo in questo modo perché esiste la libertà didattica". Tradotto, se non esistesse certo te lo vieterei! Ed in un eccesso di entusiasmo è arrivato a paragonare i disegni dei ragazzi alla lavagna a dei coriandoli, sostenendo così che non capivano nulla di quello che si stava facendo.

Questa osservazione per quanto mi riguarda, non è certo veritiera, e me lo dimostrano oltre alla partecipazione attiva e interessata dei ragazzi alle lezioni, anche alcuni fatti come quello appena raccontato. Giorgia non è stata la prima, e spero non sia l'ultima, che viene a dirmi una cosa del genere. Posso aggiungere che ad esempio Elisa, entusiasta di quanto aveva imparato mi disse: "io sono l'unica della classe che capisce quando il professore (del liceo) spiega queste cose, gli altri si guardano in faccia con espressioni interrogative".

A nulla sono valse, nei colloqui con l'esperto, le motivazioni e le spiegazioni da me date, e sono pure purtroppo consapevole, che anche le evidenze di questo tipo che testimoniano la soddisfazione dei ragazzi per la buona preparazione ad affrontare il liceo, non servano ad un granché a convincere chi sostiene: "in fin dei conti chi lo dice che le medie servono a preparare per il liceo (o ad altre scuole di successivo grado)?".

Credo che qui stia un grosso problema che suscita timori in primis da parte dei docenti, e non viene realmente mai affrontato, si preferisce pensare che nessuno sia in grado di giudicare il loro (ehm.. nostro) operato, si simula la valutazione della scuola demandando ai superiori il compito di giudicare quello che la scuola fa, e quindi i docenti fanno. Come se i destinatari del servizio scolastico fossero loro. Situazione chiaramente paradossale e assurda.

La scuola fornisce un servizio a qualcuno, ed è questo qualcuno che, evidentemente, dovrebbe giudicare quanto ricevuto. Perché non abituiamo i ragazzi a giudicare, come pomposamente è sostenuto nei diversi documenti che io ho visto in questi anni in cui sono elencate in maniera cavillosa decine e centinaia di buone intenzioni dell'attività didattica, incominciando proprio a farli valutare quello che da noi ricevono? Sarebbe una rivoluzione?

*In Svizzera i professori vengono chiamati sori non prof e 6 è il voto massimo che equivale al 10 italiano.

Chi semina...

Chi semina vento raccoglie tempesta recita il famoso detto. Questo mi è venuto in mente mercoledì scorso quando, in tutta fretta, facevo le ultime operazioni per riuscire a consegnare le pagelle del primo semestre alla fine della mattinata. Mentre le mia dita e gli occhi si muovevano per fare gli ultimi aggiustamenti a computer e inviare le stampe, in un altra zona del cervello stavo pensando ai ragazzi appena venuti a lamentarsi e alla collega che mi raccontava della difficoltà di far lezione per le implacabili discussioni che dilagavano in classe. Un fatto, dai contorni piuttosto fumosi ed incerti, aveva fatto esplodere una tensione che covava da tempo tra un ragazzo, reo agli occhi dei compagni non solo del fatto, ma anche e soprattutto, di aver seminato troppo vento nelle settimane precedenti.

Suona la campana, inizia l'ultima ora, le pagelle sono pronte nelle loro buste da pochi secondi. Entro in aula accompagnato dalle buste e dalle parole che continuavano a risuonarmi in testa: "chi semina...". Nel frattempo avevo deciso che il detto era da risvoltare, come fosse un calzino, e riscriverlo in ottica positiva. In aula, i ragazzi non ci impiegano molto a farmi capire che vorrebbero concludere, o meglio ricominciare quello che stavano facendo prima: urlare la loro rabbia, lanciare le loro accuse, sentire richiami, minacce o magari punizioni per il compagno colpevole.

A questo gioco non voglio partecipare, troppo facile. Troppo facile gridare, accusare, linciare, non si possano risolvere in questa maniera i problemi. Fortunatamente l'idea che mi ronzava in testa aveva già preso sufficiente forma per essere utilizzata: scrivo da un lato della lavagna, "chi semina..." e dall'altro, "raccoglie...". Spiego il detto, che qualcuno conosce già, e faccio scrivere su un foglietto tutte le versioni in ottica positiva che vengono loro a mente. Qualche minuto di riflessione e mando i ragazzi, uno alla volta, a scrivere nei due lati della lavagna le parole che hanno pensato. Lentamente la lavagna si riempie di idee davvero molto interessanti. Poi lo spazio sta per finire.

Allora decido di giocare il jolly: mando alla lavagna il "colpevole" che incomincia a scrivere, e le sue parole si materializzano in una traccia di gesso ben più grande degli altri. Rendendomi conto che non ci sarebbe stato posto per nessun'altro, istintivamente ironizzo dicendo che non riesco a leggere e lui, con altrettanto sarcasmo, scrive ancora più grande. Poi la traccia di gesso gradualmente acquista senso anche per noi che leggiamo e con emozione mi rendo conto del colpo di fortuna. Eccola l'ideale, perfetta conclusione di quello che solo in parte avevo pensato!


PS: un po'meno perfetta è la foto! purtroppo :-(

20000 volte bertacademy!

Il sito ha raggiunto (e superato) le 20000 visualizzazioni, non credo siano molte a dire il vero in quasi 4 anni di attività, ma sicuramente meglio dei siti concorrenti... Questo è pressoché sicuro perché ho il sospetto, sempre più fondato, di essere l'unico della categoria!
Pian piano si sta purtroppo verificando quello che da un po' cominciavo a temere, e cioè sto passando dall'illusione di ricevere gli onori per essere stato il primo ad aver percorso un nuovo filone della didattica (il sito), alla constatazione di una triste solitudine nell'essere l'unico a battere questa strada.

made by Juan

In tutto questo tempo nessun tipo di gratificazione da parte della Scuola, che purtuttavia è stata informata della mia iniziativa. Gli unici riconoscimenti arrivano solo da qualche genitore e dagli allievi. Certo la cosa non dovrebbe stupire più di tanto, visto che è opinione condivisa, anche all'interno della Scuola (e qui sta il bello!), che questa istituzione operi perennemente in ritardo rispetto alla società reale. Che stia facendo qualcosa di buono?

Il posacenere del corpo

Cercando immagini sui polmoni ho trovato questa, curiosa, che manda il suo messaggio in maniera efficace. Butteresti la cenere nei tuoi polmoni? Ovviamente no. Ma è quello che si fa fumando. Il fumo, anche quello delle sigarette, è un miscuglio tra gas e particelle solide, più o meno le stesse che si trovano nella cenere. Buona parte di quello che inspiri, però, resta nei tuoi polmoni, non esce più (guarda qui).



Se volete approfondire potete guardare questo filmato


Libertà

Ho sostituito (finalmente!) le immagini dello slideshow. Sono immagini fatte con la mia fida Nikon J1 (no iPhone, no iPad...) nel viaggio di luglio in Francia. Tra tutte, scelgo questa da pubblicare, per riaprire spero, una nuova stagione di post, dopo troppo tempo di inattività del sottoscritto blogger dilettante.


L'ho scattata su una spiaggia in riva all'oceano atlantico. Una spiaggia enorme, almeno per gli standard di chi è abituato ad andare al mare in Liguria. L'atmosfera che si respirava lì era affascinante: il vento, il rumore delle onde, il riflesso del cielo sulla solitaria spianata di sabbia bagnata, e davanti a me l'oceano immenso, migliaia di chilometri di acqua prima di incontrare di nuovo la terraferma. Sono rimasto quel che potevo, fermo in silenzio a riempirmi gli occhi, le orecchie, la pelle di quello spettacolo incredibile, sognando di partire su un peschereccio o su un mercantile, e restare giorni e giorni in mezzo a quell'elemento per me così estraneo, così sconosciuto, insieme ammaliante ed angosciante.

Uomini, donne e stereotipi

Nella lezione di oggi, ho distribuito ai ragazzi di terza media (3C) una tabella in cui erano elencate ventiquattro caratteristiche con il compito di sceglierne cinque che avrebbero voluto ritrovare, nel proprio compagno o nella propria compagna. La scheda era costruita per far scegliere a loro se ognuna delle ventiquattro caratteristiche appartenesse più all'immagine dell'uomo così com'è veicolata dai media, o piuttosto della donna, sempre per come emerge dai mezzi di comunicazione di massa. Questo compito l'ho svolto io e ho classificato in maschili o femminili (sempre per come mi sembra escano dai media) tutte le caratteristiche alla lavagna.



Poi abbiamo scritto alla lavagna le caratteristiche scelte dai ragazzi, utilizzando le stanghette blu per indicare le preferenze dei maschi e quelle rosse per indicare le preferenze delle femmine. Ed è successa una cosa che, a dire il vero, non mi aspettavo. Gli stereotipi che i media passano sono in buona parte rispettati! Cioè i ragazzi scelgono secondo quello che dalla tv, dai giornali e dalla pubblicità in generale arriva. Gran parte delle lineette blu sono nelle caratteristiche "femminili" e gran parte delle lineette rosse sono nelle caratteristiche "maschili".

In tutta onestà credevo i ragazzi e le ragazze un po' più originali, e invece si sono praticamente accodati ai dettami dei media. Queste scelte così piatte mi hanno fatto riflettere e dopo un'iniziale sorpresa, mi sono detto che probabilmente sono piuttosto normali, vista la giovane età che non permette ancora un forte spirito critico e soprattutto (anche se non tutti saranno d'accordo su questo) che gli stereotipi non cadono dal cielo, ma nascono dalla società, alla quale i diciannove ragazzi appartengono e della quale sono in qualche maniera l'espressione attiva. In altre parole gli stereotipi che emergono dalla pubblicità da qualche parte nascono, hanno delle basi sociali o addirittura naturali su cui fondano, e i ragazzi non ne sono scevri.

Uniche caratteristiche che non sono "monosessuali" e sono scelte in egual misura dai maschi e dalle femmine, sono la dolcezza, e, visto il clima da American Pie della classe, l'essere attivo/a sessualmente. Un'ultima nota sull'autonomia, caratteristica posta da me tra quelle "maschili", è invece stata scelta solo da maschi. Questo conferma l'idea di Serafina che la riteneva una caratteristica delle donne. Autonomia intesa quindi nel senso di sapersi arrangiare nei mestieri quotidiani come stirarsi i pantaloni, farsi da mangiare ecc. Serafina, come tutte le donne, ha sempre ragione!

Una pianta intelligente!

Non ho buttato la piantina, un po' perchè mi dispiaceva un po' perché pensavo mi sarebbe potuta servire ancora. Infatti così è successo: il venerdì mattina in laboratorio c'è la prima C. La lezione è sulla disseminazione, faccio vedere un documentario, con le solite assillanti interruzioni per commentare e discutere.

Il documentario, presenta diverse strategie adottate dalle piante per disperdere i loro semi. Strategie che hanno davvero dell'incredibile. Sono talmente complesse che sembrano frutto di un piano intelligente. Ma è davvero così? Per qualche allievo o forse tutti, si. Molti (in realtà sono più combattive le ragazze) ritengono che siano autentici piani studiati dalle piante per arrivare al loro scopo, arrivare cioè ad assicurare ai figli il miglior posto per cresere. È quindi palese che le piante siano intelligenti...

Accidenti mi sembra un film già visto! Se non sono riuscito a convincere in terza A che è una cosa impossibile, figuriamoci in prima! E infatti così è. Non ci riesco. Una ragazza, Benedetta, la più battagliera, non si da assolutamente per vinta.  D'altronde, servono troppe conoscenze, legate soprattutto all'evoluzione, per convincersi che ho ragione io. A questo punto lascio cadere il discorso e mi arrendo.

Nel frattempo dalle parti dell'incubatore... ops lavandino, si erano accorti della presenza della giovane vita appena germogliata, e a fine lezione, sempre Benedetta che ha preso a cuore la questione, insiste di voler portare a casa la piantina per piantarla e darle così una prospettiva di vita. Allora prova a convincermi a cercare un vasetto o qualche recipiente per mettere dell'acqua in modo da farla sopravvivere fino a casa sua per poi piantarla in terra. È davvero determinata, suggerisce di prendere un bicchierino di carta dall'aula docenti, di cui, nemmeno io sapevo la presenza.

Davanti a tanta insistenza cedo, anche se prima non posso fare a meno di notare una cosa. E condivido con lei questa osservazione. Le dico: "hai capito la strategia che usa la mamma di questa pianta per disperdere il seme?" Il suo seme si è ritrovato in un luogo dove la vita sarebbe impossibile, poi ha incominciato a germinare e formare radici, fusticino e foglioline, in modo tale da apparire tenera, delicata ed indifesa ad un essere tanto intelligente da provare sentimenti, l'uomo. Questa pianta sta commuovendo l'uomo (una donna in questo caso) e ne dirige il comportamento facendo in modo da farsi mettere a dimora in un luogo sicuro, dove poter crescere e vivere. Ricevendo magari anche delle cure, acqua quando non piove, un sostegno per crescere, magari un po' di concime.

Basta, sono convinto, ha vinto Benedetta. Per riuscire a sfruttare l'animale più intelligente della Terra, le piante sono intelligenti, o almeno, questa lo è!

Cosa direbbe l'esperto?


Cosa direbbe l'esperto di scienze se vedesse che in un lavandino dell'aula di scienze stesse addirittura crescendo una piantina? Sicuramente non la prenderebbe molto bene e riesco un po' ad immaginare cosa potrebbe dirmi. Mi direbbe, con molta pacatezza, ma con la sua solita fermezza che non ammette repliche, che bisogna tenere ordine e pulizia, controllare sempre che i banchi siano puliti e che nei lavandini non ci sia nulla, perché i lavandini non sono la spazzatura. Ed è anche da queste cose che si vede la serietà della lezione!


Andiamo con ordine. Mercoledì scorso. Lezione di laboratorio di terza A. Argomento: la nutrizione delle piante, la fotosintesi quindi. Bella lezione, una delle mie preferite. Inizio in maniera dialogata, partendo dalla struttura della foglia vista nella lezione precedente, poi si passa alla lettura di un testo che spiega la fotosintesi. Lettura lenta, come si addice ad un testo difficile sul quale c'è da riflettere. Frequenti interruzioni per spiegare e chiarire con metafore e paragoni con la quotidianità, ragionamenti per assurdo (un po' alla maniera delle dissertazioni di Galileo Galilei) e i ragazzi molto attenti, anche, e soprattutto, quelli che di solito non lo sono. Infatti dopo l'ennesimo intervento di una allieva che solitamente non è molto attiva, arrivo a definire la giornata Ena-day, per sottolinerare la sua ottima partecipazione ma un pochino anche il fatto che di solito non è molto interessata... Solo per un'allievo l'attenzione è forzata dalla mia insistenza, ma anche lui, nonostante la fatica a seguire, a suo modo è interessato. Direi quindi che, sotto questo profilo, il risultato è più che buono. Ai ragazzi rimarrà sicuramente qualcosa...

Durante la lezione si rendono conto di alcuni aspetti fondamentali della natura. Ad esempio che le piante devono crearsi il cibo con reazioni chimiche partendo da materiali, l'acqua e l'anidride carbonica, che nutrimento non possono davvero ritenersi. Si riflette quindi su cosa dà l'energia per vivere e crescere, sia a piante che animali. Ancora. Che noi (animali) non potremmo proprio stare al mondo senza i vegetali. Che in fin dei conti l'energia che ci fa muovere arriva dal Sole. Che le piante sono fondamentali per l'equilibrio della composizione dell'atmosfera sul nostro pianeta. Insomma, cosette mica da poco!

Ecco perchè, quando, giorni prima, mi ero accorto che stava germogliando una piantina da un seme caduto durante una lezione di laboratorio precedente, l'ho lasciata, e tutti i giorni aprivo un po' il rubinetto per darle da bere, sperando che sarebbe sopravvissuta fino a quando... La avrei tirata fuori, come un coniglio dal cappello, per mostrarla alla classe nel momento in cui avrei parlato della relazione tra amido e glucosio.

In sintesi; a inizio anno i ragazzi imparano che l'amido del pane (fatto con semi di frumento) viene trasformato dal nostro corpo in glucosio, mentre le piante fanno (leggiamo in questa lezione) il contrario, trasformandolo in amido da immagazzinare nel seme. Ma il seme a cosa serve? a chi deve dare nutrimento? A noi? Si, secondo una visione molto antropocentrica (cioè che presuppone la natura fatta per noi) ancora diffusa a quell'età. Ma ecco, proprio a quel punto della lezione... metto la mano nel lavandino e tiro fuori il mio coniglietto; questa giovane piantina tutta ricurva perché cresciuta in un ambiente non adatto, attaccata tenacemente al suo seme, dal quale, e questo è evidente a tutti gli spettatori, ha preso il nutrimento per crescere fino a quel punto (visto che non cresceva nel terreno, da cui, secondo il sentire comune, le piante traggono il loro nutrimento). Ecco a cosa servono i semi, e da dove arriva il nutrimento lì racchiuso! Una botta tremenda al loro antropocentrismo infantile, un bel passo avanti nella conoscenza della natura, che opera, non per forza a fin di bene per noi.

E poi condivido con i ragazzi l'altro mio pensiero, quello che da qualche istante mi fa scaturire un sorriso oramai difficile da nascondere. Chiedo alla classe: "Pensate cosa direbbe l'esperto di scienze, se vedesse nientemeno che una piantina germogliare in un lavandino del laboratorio di scienze!" Anche loro ridono divertiti...

Think different!

L'articolo che riporto di seguito è l'introduzione di un post copiaincollato da qui, e descrive una storia naturale che fa riflettere  sul valore della diversità. La natura ci insegna che dalla diversità, dalla moltitudine di forme, può nascere la cosa più importante, la sopravvivenza. Questo vale anche per il pensiero: le novità, le scoperte, sono elementi essenziali non solo della sopravvivenza della nostra specie, ma anche del miglioramento delle condizioni di vita, e nascono spesso da un pensiero diverso da quello standard. Quindi... think different!
La Biston betularia è una farfalla notturna che vive nel sud dell’Inghilterra. Grazie al suo colore grigio chiaro la farfalla ha da sempre avuto vita facile nei boschi di betulle nei pressi di Manchester, i cui chiari tronchi le hanno offerto per secoli un comodo luogo di riposo per le ore di sonno diurne.

La protezione dalle minacce dagli uccelli predatori veniva infatti dal perfetto mimetismo delle ali su quella superficie cinerea. In seno a quella candida specie però per una ostinata mutazione genetica da sempre, anche se sporadicamente, nascevano delle farfalle nere, degli individui perfettamente sani ma di colore scuro.


Emarginate dalle compagne queste farfalle erano poi facile preda degli uccelli che le individuavano facilmente sulle cortecce delle betulle.


Succede che a metà del XIX proprio nell’area di Manchester la rivoluzione industriale inglese vive una delle sue massime e più intense espressioni; le ciminiere avvolgono di smog e fumi le campagne periurbane ricoprendo di fuliggine nera anche i bianchi boschi di betulle. La vita si fa dura per le Biston betularia distinguibili adesso a prima vista sui tronchi anneriti dallo smog.


Fortuna che gli sgorbi neri ed emarginati, i partoriti e rinnegati che nei secoli precedenti avevano trovato una facile morte proprio a causa della loro diversità ora diventano funzionali, i più funzionali alla sopravvivenza della intera specie che lentamente così, attraverso le generazioni di superstiti mimetizzati nello smog, si trasforma e si colora di nero continuando ad esistere.


La nostra specie non ama le differenze, così come altre specie animali, tra cui anche la Biston betularia, ama l’uniformazione, l’omogeneità, ma dovrebbe imparare - la nostra specie - la lezione di Manchester se non altro per egoismo e spirito di auto conservazione.

Col naso all' insù

Ci sono momenti in cui tutto si ferma. Quella serata, con quel tramonto, è stato uno di quelli. Mi hanno detto che lungo la strada diverse persone erano li, con la propria macchina digitale puntata verso il cielo per catturare quegli istanti, per renderli eterni. Anch'io l'ho fatto. Anche se so che è un'illusione. Queste immagini come tutte le immagini, sono solo quello che ci appare, nulla rimane nella foto del nostro stato d'animo in quel momento. Lo possiamo solo serbare nei nostri ricordi, ma anche qui il tempo che passa ci mette del suo. Fa come l'acqua sulla roccia, li modifica, li modella, facendone diventare qualcosa di diverso.

Credere, obbedire e guidare

Avanziamo di poco, soli pochi metri per volta. La colonna di auto in cui sono immerso prosegue lentissima. Dall'altra parte qualche veicolo va a velocità normale. Incomincio a pensare che lo spazio che guadagno poco alla volta è semplicemente quello liberato da chi ha rinunciato ad entrare in città. Questo stallo mi fa pensare alle scelte. Non amo le scelte perché sono la fine delle infinite possibilità, non amo ancor di più, quindi, quelle che gli altri fanno per te, soprattutto se tu la pensi in altro modo. E a me capita abbastanza spesso. Ma vediamo al dunque dei miei pensieri, alle decisioni prese per gli altri, all'operato cioè dei dirigenti. Di qualsiasi tipo siano, sono loro sono quelli che prendono le decisioni per gli altri. Il mio è, ovviamente, il direttore della scuola.



primo post

Lo scopo principale del blog è fornire un luogo virtuale, un archivio, dove saranno, prima o poi, disponibili tutti i materiali che utilizzo a scuola. Qui i miei allievi possono reperire il materiale che uso e che fornisco a lezione.